a cura di Decio Lucano
                                                                                                                                                                           
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In viaggio con Vittorio G. Rossi

G.
                Rossi

DLNEWS 26
DL NEWS CULTURA
Notizie e commenti a cura di Decio Lucano  6 dicembre 2010

Sommario: Cantieri e porti
Brevi,ma importanti
Troppa letteratura di mare
Libri
Tra i fari del Maine
In viaggio con Vittorio G. Rossi

TROPPA LETTERATURA DI MARE.
BISOGNA ARGINARE QUESTO DILUVIO DI PAGINE ?
IL DIBATTITO E’ APERTO


Avevo scritto nella precedente Newsletter:
Una cara amica mi ha chiesto l’elenco dei libri di mare editi nel 2010. Avevo cominciato a mettere in colonna qualche titolo, poi il lavoro è diventato una lenzuolata di titoli. Allora mi sono fermato e vi ho rinunciato. Ci sono tantissimi libri di mare e di nautica e di fantasie varie collegate al mare. Troppa letteratura di mare in Italia quando non esisteva qualche decennio fa nulla o quasi.
Oggi tutti scrivono di mare e i ragazzi fanno il giro del mondo in solitario a vela.
Ne riparleremo, bisogna arginare questo diluvio di pagine…che ne pensate? (DL)


ALCUNE RISPOSTE

Si anch’io ho sempre avuto molta diffidenza per i “diportisti” che hanno letto molto e navigato poco. Ma se solo i1% di nuovi lettori di testi di mare fosse colto dall’irrefrenabile desiderio di navigare, di vivere il mare: ben venga la moltitudine, il diluvio di pagine! Bisogna solo sempre stare attenti a “ non scriversi addosso”, ma far opera di “ apostolato del mare “.
Come dice Antonio Soccol, non è amore per il mare, è fede!
No, non me la sentirei di  arginare. Scoprire autori nuovi come Alberto Cavanna, per citarne il più noto dell’ultima generazione, è un piacere. Non mi spaventa il numero, non è mai troppa la letteratura di mare in Italia, si ha solo il dispiacere di non essere in grado di leggerli tutti. (S.A.)

Si, salvo che chi scrive di mare riesca ad inculcare nelle nuove leve il concetto di un andar per mare nuovo. Che assomigli il più possibile alla creazione di un villaggio umano dove gli abitanti si uniscono e si trovano nell’intento di creare felicità. Felicità di viaggiare , felicità  di lavorare, felicità di amare, felicità di leggere e  discutere per approfondire quello che hanno letto. Felicità di conoscere culture diverse. Felicità di guardare il cielo e il mare che si sposano e poi bisticciano e poi fanno la pace, come noi uomini non sappiamo fare.(L.C.)

articolo dal SecoloXIX G. Rossi


Ci sono   in Italia tre specie di letteratura marinara. Una piace ai marinai , ma non piace ai letterati; un’altra piace ai letterati, ma fa sorridere o ridere i marinai;infine la terza,che piace  tanto ai marinai quanto ai letterati; ma la letteratura di questa specie in Italia è scarsissima.( Vittorio G. Rossi )

Diminuisce la cultura e aumentano i consumi culturali, cioè una finta ma confortevole iperculturizzazione di massa fatta di festival, bestseller, mostre-evento che dà l’illusione di sentirci problematici , informati, consapevoli, senza esserlo affatto .Oggi c’è una smania di trasformare qualsiasi cosa in una storia da raccontare, compresi gli scienziati e i giornalisti che invece di darci formule o informazioni ci raccontano delle storie.( da Meno letteratura per favore di Filippo La Porta, Bollati Boringhieri).


In viaggio con Vittorio G. Rossi
Da Maestrale, 1976, cap. 3 , pag. 140/
Il destino dell’uomo, Dio, la Scienza, la religione cattolica, l’Islam, la Storia, la Mitologia, la politica…

Quando l’uomo viene sulla terra, prima di aprire gli occhi, apre la bocca e dice,
“mangiare”. Continuerà a dirlo dalla culla alla tomba, come dice la gente poetica. Poi darà un’occhiata al mondo circostante, e si dirà: “che cosa devo credere?”.
Avere la risposta alla prima domanda, “mangiare”, può presentare qualche difficoltà; all’altra domanda, quella del credere, le risposte pioveranno come la pioggia in quella poesia di D’Annunzio, dove piove sul pineto, piove sui freschi pensieri, piove sui vestimenti leggeri e tutto quanto; ma ora nelle scuole imparano le poesie dove non piove mai perché c’è lo sciopero nell’azienda.
Quando all’uomo succede qualcosa di brutto, l’uomo se la prende sempre con un altro; per questo nella vita dell’uomo il destino ha un’importanza enorme; quando le cose gli vanno male, è il destino; quando gli vanno bene, allora è lui.
Ma se il destino c’è o non c’è, non si sa; l’uomo vive dentro cose che non sa; quando mangia le triglie, non sa perché al mondo ci sono le triglie. E l’uomo che le mangia, potrebbe dare una risposta; le triglie non possono.
E l’uomo dice che le triglie ci sono perché l’uomo mangi le triglie; ma quando l’uomo non c’era, e le triglie c’erano già?
E c’è un universo solo, ed è quello guardato dall’uomo? o ce n’è altri, e l’uomo non li può guardare? Ma quando l’uomo non c’era chi guardava questo universo?
Oppure Dio ha creato l’uomo perché ci fosse qualcuno che guardasse il suo capolavoro, e dicesse, bravo, hai fatto un bel lavoro?
E l’uomo come può sapere se c’è Dio o non c’è; se c’è il destino o non c’è; se lui non sa neanche perché c’è la patata?
Nel cielo non c’è una stella che si chiama Gemma 52; c’è una stella che l’uomo chiama Gemma 52, perché gli è piaciuto darle quel nome, come chiamare Giulietta una bambina; ma se si domanda a uno pratico di stelle dove è Gemma 52, quello punta il telescopio, e dice, guardi, è là; e lei c’è.
Ma l’uomo non può dire di sé stesso, se domani sera alle 8 lui sarà ancora vivo o morto.
Ma allora chi è che fa gli avvenimenti? Un fatto non si sa mai con precisione da dove viene. L’uomo può spiegare tutto col destino; o tutto senza destino; o con un po’ dell’uno e un po’ dell’altro; e poi, dopo le spiegazioni, ne sa come prima.
Prima quelli che facevano i piani per fare le battaglie, facevano tutto con la logica; prevedevano tutto quello che poteva succedere, così sulla carta vincevano tutte le battaglie; poi c’erano le battaglie, e allora succedeva l’imprevisto; e l’imprevisto succede anche fuori delle battaglie.
Ora i piani fatti con la logica, li chiamano i “libri dei sogni”; nella politica i “libri dei sogni” sono ancora in uso.
La scienza strumentale non fa che scoprire misteri; cioè la sola cosa che si impara volendo uscire dall’ignoranza, è la nostra sublime ignoranza.
Una volta c’erano i greci antichi; essi hanno scoperto la testa dell’uomo, cioè che essa non serve solo per grattarsela.
Essi erano così intelligenti, che non adoperavano mai le mani per fare qualcosa con le mani, per non fare dispiacere all’intelligenza; anche agli intellettuali di adesso, guai a chi gliela tocca; per mani quei greci adoperavano gli schiavi.
Ma adesso l’intelligenza non serve quasi più, tolta quella che ci serve per farci felici, cioè quella adoperata dalla politica; e anche le mani adesso servono poco; così non è facile capire chi erano quei greci antichi.
E anche quando diciamo i romani antichi, gli etruschi, gli egizi con le piramidi e le mummie, chi sa chi erano; quelli che conosciamo noi, sono quelli scritti sulle carte; ma gli uomini vivi non sono di carta.
Per spiegar le cose che non si potevano spiegare, quei greci antichi avevano inventato gli dèi e le dee, ce n’era una quantità, facevano pittoresco il vivere nel mondo; adesso il mondo è fatto di onde di probabilità, e nessuno sa che roba è.
Ma neanche gli dèi e le dee bastavano a spiegare le cose che succedevano all’uomo; allora a quei greci antichi così intelligenti venne l’idea che ci doveva essere qualcosa d’altro, e non si sapeva che cosa era, e neanche gli dèi e le dee potevano modificare le loro decisioni; e a quella cosa sconosciuta diedero un nome, quando non si sa una cosa, si dà un nome a quella cosa, e allora sembra di saperla.
Quella cosa sconosciuta e così potente, la chiamarono l’Anànki  o Necessità.
E ogni essere umano, dicevano, ha la sua porzione di futuro già stabilita e irrevocabile, quanti giorni da vivere, e anche le ore, e le cose belle e quelle brutte; e l’uomo non può modificare niente; ed era la così detta mira cioè porzione, ed è scritto moira.
Anche l’eroe Achille così eroe e così raccomandato agli dèi, quando viene la sua ora, non ci può fare niente. Una volta mi mandarono a Orlèansville e dintorni; c’era stato un grande terremoto e continuava; è in Algeria, e i più là sono musulmani; e loro credono come i greci antichi che tutto è stabilito, compreso il giorno e l’ora precisi della morte, e questo dal principio dei tempi; ma quando veniva la scossa, scappavano come saette, anche più veloci di noi cristiani, perché noi abbiamo i santi.
Ma la carne dell’uomo in quei casi è lei che prende il comando; e la carne non tiene conto delle regole fatte dall’uomo e di quello che lui crede o non crede; semplicemente la carne non vuole morire né soffrire; è la carne.
Islàm vuol dire sottomissione alla volontà di Dio; e loro Dio lo chiamano Allàh; ed è mistero come quando si chiama Dio.
Ma tra loro e Dio non c’è confidenza ; ora quando da noi prendono in bocca il corpo di Cristo, cioè Dio, stanno dritti in piedi e lo guardano come se fosse pane; e loro mettono la fronte per terra, solo per dire , “ Allàh àkbar , Dio è il più grande”; e noi lo chiamiamo “Padre nostro , Padre nostro che sei nei cieli”; e in nessuna religione di quelle che ho praticato, Dio lo ho mai  sentito chiamare confidenzialmente “ Padre nostro “.
Nell’Islàm tutto quello che c’è e c’è stato e ci sarà sulla terra degli uomini, di buono e di cattivo, è stato creato da una volontà immutabile; le nascite e le morti, le malattie, le vittorie e le sconfitte, il paradiso, l’inferno, e tutto quello che fanno e faranno gli uomini, tutto ha il suo qadàr, cioè il suo destino già fissato per l’eternità.
La prima cosa creata da Dio è stata la Penna; Dio le ha detto, scrivi, e lei ha scritto; e ora tutto è mektùb, è scritto, e succederà alla sua ora, e per l’eternità; e ogni uomo ha il suo mektùb, e non può sottrarsi a esso in nessun modo, crollerebbero i cieli.
La volontà dell’uomo non esiste; quando l’uomo vuole una cosa, è Dio che dal principio dei tempi ha stabilito che gli venga quella voglia;è mektùb, è scritto.
E sulle loro bocche c’è sempre quella parola, è mektùb, è scritto.
Ma dentro la carne dell’uomo c’è qualcosa che niente può distruggere, e sono le contraddizioni, l’uomo ne è pieno, per questo è sopportabile; e c’è anche la finestra che resta sempre aperta anche se le altre si chiudono, ed è la speranza.
Io ho sentito dire ogni momento, “tu mi porti bàraka, la benedizione, la buona fortuna”; ed essi sono avidi delle cose che loro chiamano merzùg, cioè cose che portano la buona fortuna; e non può essere, perché tutto è già irreparabilmente stabilito.
Però è bello vedere l’uomo che tende il suo bicchiere davanti alla fontana inaridita.
C’è chi considera la nostra terra come un posto dove tutto quello che succede, è un fatto privato della terra; ma questa è un’idea da bambini piccoli, anche se sopra di essa i filosofi ci fanno le filosofie.
La terra è un pezzetto, un pezzettino dell’universo; se uno potesse vedere l’universo coi suoi occhi, non ci vedrebbe mai la terra, se l’uomo non ha un odore speciale tanto forte da sentirlo anche col naso da quelle distanze; e tutto quello che succede sulla terra non dipende solo dalla terra ma da tutto l’universo, lo sterminato universo dove il metro per misurare è l’anno luce.
E questo lo hanno già detto nei vecchi tempi, quando nessuno sapeva quanto era 
grande l’universo; e ora la stessa cosa la dice la scienza strumentale, cioè la cosa
più moderna e seria tirata fuori dall’uomo così piccolo.
Ma l’uomo vuole spiegare tutto, e crede che basti la sua testa a spiegare tutto;ma chi osserva una cosa , fa parte della cosa che lui osserva; se io guardo una candela accesa, io sono dentro la candela accesa, e la candela è dentro di me.
Anche le cose che sembrano semplici come il pane, non sono semplici; il pane non è una cosa semplice; per farsi mangiare dall’uomo, Dio si è fatto pane.
La natura può fare lo stesso in modi differenti e innumerevoli. E nessun fatto è il prodotto di una sola causa; esso è il prodotto di cause innumerevoli e in parte sconosciute. E dire che i fatti umani dipendono dalla storia, come se la storia fosse un fiume che scorre e porta via, è come dire che le uova nel tegamino le ha fatte il tegamino.
Non sappiamo che cosa è il magnetismo, quello che sposta la limatura di ferro, eppure lo misuriamo e adoperiamo, e i nostri piedi posano sulla calamita chiamata volgarmente la terra; e le forze oscure, cioè quelle che si svolgono fuori della nostra possibilità di osservarle coi nostri pregiati arnesi, devono essere piuttosto numerose.
E le cose che sono dentro di noi, nelle nostre profondità, e nessuno le conosce, e neanche sa che ci sono? e tutt’a un tratto esse insorgono, si impossessano di noi, ci scrollano come un alberello?
E la cosa che c’entra meno di tutte, è il così detto ragionamento umano; e l’uomo si fa chiamare l’animale ragionevole, come se si attaccasse la medaglia.
Io non lascio frugare nei miei pronostici; l’avvenire sconosciuto fa tutta la bellezza della vita; se no uno tornerebbe indietro dopo aver bevuto il primo latte.
E poi sono uomo di mare; so che è difficile fare i pronostici anche maneggiando oggetti domestici come il vento e la pioggia.
Anni fa ero a Rabàt nel Marocco; c’era la guerriglia; moriva molta gente, e c’era chi moriva e chi voleva diventare ministro o ambasciatore; un giorno eravamo sul piazzale davanti all’albergo, eravamo io e un  mio amico giornalista francese, lui scriveva a macchina, io gli tenevo silenziosa compagnia. Venne una vecchia bèrbera del Marocco allora spagnolo; dicono che sono molto brave a legger la sorte; lei voleva che le mostrassi la mano, io non volevo; ma disturbava il mio amico che lavorava; allora le mostrai la mano, le dissi, e poi fila.
Lei guardò la mia mano; disse, prima te ne vai di qui, e meglio è.
Il giorno dopo eravamo in un posto distante un centinaio di chilometri; fu una brutta giornata, spari, incendi e molti morti; stavano per uccidere me, quel mio amico francese e un giornalista inglese; l’operazione fu interrotta dall’inaspettato arrivo di alcuni paracadutisti della Legione Straniera, gente che sapeva il suo mestiere.
Che cosa aveva visto quella vecchia berbera? o non aveva visto niente, e aveva indovinato, in quei giorni in quei posti non era difficile? e quei paracadutisti arrivati nel momento giusto?
Una ventina di giorni dopo quel mio amico lo vidi dentro una cassa da morto con 49 pugnalate; e una offendeva l’uomo come uomo, era l’usanza araba.
Un grande fisico, premio Nobèl, dice che quando un gatto nero traversa la strada, e subito c’è un incidente nella strada, nessuno può dire se è stato lui, il gatto nero; o se lui ha dato semplicemente l’avviso; oppure non c’è niente di comune tra il gatto e l’incidente.
Una volta in navigazione domandai a una signora se potevo buttare in mare una sua scatola di lucùmi; sono dolci balcanici gommosi e di nauseoso odore; “la butto?”, le dissi; lei disse “butti “: e io buttai, mi pareva di mettere un po’ d’ordine nel mondo.
Ma lei fece un grido, si mise le mani sulla testa; nella scatola c’era il suo passaporto.
Da quel semplice fatto sorse una lunga storia per quella signora; e chi c’era al principio di quel fatto? Il destino? O altre forze oscure? o soltanto la mia stupidità?..............
VITTORIO G. ROSSI


Rossi Vivo


“Io non sono un letterato, sono uno di voi,…per questo ho potuto fare una letteratura per la gente” scriveva ai marinai Vittorio G. Rossi, e non mancava nei suoi scritti di biasimare critici e intellettuali da tavolino che “ parlavano parole “, come non poteva sopportare certi politici che chiamava “molluschi “.
E gliel’ hanno fatta pagare.
Dopo la sua morte, l’8 gennaio 1978, l’intellighenzia letteraria ha steso un telo sulle sue opere e il contatto con la gente si è lentamente spento, seppure l’abbrivo ideale della sua letteratura così originale e poetica ha continuato a circolare ancora tra librerie e scuole, tramandata da chi lo aveva letto, conosciuto e amato.
Anche alla nuova generazione del suo editore, che pure aveva, dopo Croce e Pirandello, pubblicato una collana  a suo nome non interessava più questo scrittore, che aveva segnato un solco nella cultura italiana.
Da qualche anno un editore ha ristampato due libri, Sabbia, ambientato tra gli arabi e i beduini, e Cobra nell’India che solo Rossi poteva farci conoscere.
Nel 1940 Francesco Flora nella sua monumentale Storia della letteratura italiana, a cavallo tra le due guerre, scrive: “ V.G. Rossi ha la psicologia vigile d’un calmo stupore degli uomini che han viaggiato non per disperazione o mestiere ma per esperienza di umano; e lo ispira la virtù originaria del mondo naturale, ove l’uomo più aderisce alla natura e meno alle falsificazioni della società”.
E  un altro grande letterato, Gaetano De Sanctis,  dice di Rossi : “un grande artista che merita il suo posto non solo nella letteratura italiana ma nella letteratura mondiale: un posto del quale i suoi corregionali hanno tutto il diritto di sentirsi orgogliosi e il dovere di conservarne memoria “.
Giornalista e poeta ( definisce poesia il soffio di Dio ) si integrano a vicenda nella figura di Rossi che considera la vita l’unica cosa che abbiamo, concetto che informa tutta la sua lucida narrazione. Gli piacciono gli animali ( la loro indifesa bellezza nella natura ), le piante, tutto ciò che vive, si muove e anche soffre. In Nudi o vestiti racconta nel capitolo “ Le balene muoiono con la testa rivolta al sole “ la fine maestosa e commovente del grande cetaceo arpionato al largo delle Azzorre, ferito a morte quasi si trattasse dell’agonia di un uomo; uomini e animali accomunati dall’aspra lotta per l’esistenza.
Dire che è uno scrittore di viaggi  non è, come scrisse nel suo Rossi vivo il professor Alberto Broglia, farne il miglior elogio, perché Rossi ha una complessa personalità di artista, che non è alla ricerca del bel pezzo di stampo esotico ma è rivolta nel dare risalto all’uomo.
Filosofo della felicità, amante della vita, aveva scritto che le donne sono le sole facce sveglie della creazione.
Ma è anche uno storico.
I suoi due libri Cristina e lo Spirito Santo e Miserere coi fichi sono libri di una storia viva, come se fosse lui uno dei protagonisti  di quell’epoca e la finzione nella trama riesce, anzi diverte, perché la Storia emerge come lo zampillo della sorgente  di vita vissuta. La regina Cristina geniale, litigiosa, prepotente, tirannica ed anche anarchica regina di Svezia  rappresenta la materialità sfacciata e mondana e dall’altra la Santa Romana Chiesa depositaria dello Spirito Santo.
Una  meticolosa ( dal punto di vista storico ) e frizzante commedia di sapore shakesperiano.
L’altro romanzo ci porta nella rivoluzione di Masaniello nella Napoli dove lui impersonifica un commesso viaggiatore proveniente dalle città del Nord Italia e ci racconta la “ rivoluzione dei fichi “ alla ricerca della verità, mettendo alla berlina personaggi e aristocratici, e tutta la classe politica di ieri e di oggi.
Lo stile inconfondibile di Rossi è nato da un lungo esercizio di sintesi dei tomi della letteratura italiana del Medioevo; ogni sua riga apparentemente semplice contiene più di un concetto, e  fa pensare…
Un duro lavoro di lima che ci ricorda  Hemingway: è meglio lavorare le parole sulla mola piuttosto che tenerle pulite e inutili nel cassetto. La sua narrazione  scorre saporosa, sostanziosa e fresca, come la buona focaccia con olio di frantoio che ogni mattina, quando tornava a Santa Margherita Ligure acquistava nel forno vicino alla spiaggia; e poi, d’estate, si sedeva al tavolino del bar sul lungomare a ricevere la gente, a scrivere appunti per articoli, libri, idee per nuovi itinerari.
La gente lo incontrava volentieri, curiosa delle sue esperienze intorno il mondo;  capiva che non era intruppato nelle conventicole letterarie  e apprezzava la sua conversazione aperta,  anticonformista e antirettorica.
Ho raccolto una parte delle conversazioni avute con lui in un libro pubblicato nel 2006 intitolato Marrubbio, Colloqui con Vittorio G. Rossi.
C’è dentro tutto: mare, scienza, disciplina, fede, filosofia, poesia, giovani, anziani, universo, tecnologia…
Si , Rossi è vivo.
Decio Lucano

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                Vivo di G. Rossi